lunedì 23 dicembre 2013

Un cielo di veleni sopra la mia terra: la terra dei fuochi | Parallelo 41

La Campania, modello della devastazione ambientale

DI DANIELA SCODELLARO  mercoledì 27 novembre 2013 - 07:45 
Riproponiamo, di seguito, l’articolo della freelance e fotoreporter Daniela Scodellaro, pubblicato nel libro bianco “Campania Terra di Veleni”, in cui, nel 2012, i Prof. Giulio Tarro e Antonio Giordano hanno affrontato le tematiche legate alla salute in Campania
roghi-tossiciPomigliano d’Arco (Napoli). Sono le 7 del mattino. Mi sveglio di soprassalto. Come ogni giorno, penso che a svegliarmi sia l’odore del buon caffè napoletano. Invece, è tutt’altro. È l’odore acre e velenoso dei pneumatici bruciati, che fa da sveglia non solo a me, ma alla gran parte dei cittadini campani che vivono questo trauma da molti anni. Mi affaccio al balcone. Solita scena: una cappa di diossina, una coltre di colore scuro. È il cielo che copre la mia terra. Stanno bruciando in qualche campagna, sotto qualche ponte, a lato di qualche strada, o forse, vicino a qualche scuola.


Soliti rituali: chiamo il 115, il 1515, il 113. A volte non rispondono, a volte hanno altro da fare, altre volte arrivano, quasi sempre in ritardo, quando l’incendio si consuma da solo, depositando diossina sui terreni coltivati e nei polmoni di tanti cittadini, vittime di questo lento olocausto. Mi armo di macchina fotografica e di mascherina. Raggiungo l’incendio. Fotografo la montagna di rifiuti tossici che fumano ancora, e mentre respiro, attendo, a volte invano, che i vigili del fuoco intervengano.

Ecco, questa è la triste realtà quotidiana di gran parte dei comuni napoletani e casertani. Si parla spesso, e ancora, dell’immondizia di Napoli. Ma chi si occupa di questo disastro ambientale, molto più grave, che da anni interessa mezza regione? Certo, l’attenzione sulla spazzatura di Napoli non deve mai essere distolta, ma essa allontana da quello che è un fenomeno ancora più grave: l’abbandono e la combustione illegale dei rifiuti speciali pericolosi.
È paradossale, a mio avviso, accanirsi sulla questione degli inceneritori, per quanto male facciano, quando tutti i giorni, in Campania, vengono appiccati centinaia di roghi di materiale tossico‑nocivo pari alla quantità di diossina che produrrebbe un inceneritore in dieci anni di esercizio. Quantomeno, l’inceneritore è fornito di filtri a camino, che trattengono in parte le polveri sottili, facendo disperdere le diossine nella atmosfera, mentre i veleni prodotti dai roghi si depositano direttamente sul terreno. Bruciando a livello del suolo, poi, le probabilità d’inquinare le falde acquifere, che in Campania molto superficiali, è quasi una certezza. Inoltre, il fumo dei roghi di materiali pericolosi concentratissimo ad altezza d’uomo, rende la situazione ancora più grave dal punto di vista sanitario.
Da molti anni, oramai, questo fenomeno criminoso distrugge la terra e i polmoni di chi vive in queste zone. Quelli che bruciano sono rifiuti derivanti dalle attività di costruzione e demolizione–tra i più pericolosi c’è l’amianto–rifiuti da lavorazioni industriali, da attività commerciali in particolar modo pneumatici, rifiuti derivanti da attività sanitarie e ospedaliere, residui domestici e da ufficio, come ingombranti, elettronici, etc.
La “Terra dei fuochi” conosciuta, un tempo, come il triangolo Giugliano‑Villaricca‑Qualiano, da un po’ di anni si è estesa comprendendo un quadrilatero, un’area molto più vasta della Campania: Villa Literno ‑ Maddaloni, Nola ‑ Pompei. Qui vivono centinaia di migliaia di persone. Il cielo su questa “Diossina Land” è pieno di fumo ed aria irrespirabile!
Si avvertono i sintomi legati ad un’intossicazione da fumo: pizzicori al naso e agli occhi, bruciori alla gola e alle vie respiratorie, bruciori allo stomaco e nausea, salivazione accelerata e gonfiore alle gengive. Si brucia senza sosta, come una fabbrica che lavora a ciclo continuo, giorno e notte, in modo incessante. Fino a qualche anno fa, l’ora X scattava alle 20.00, per tirare fino alle 7.00 del giorno successivo. Negli ultimi tempi, in mancanza di un sistematico erigoroso controllo, la combustione di rifiuti tossici avviene anche in pieno giorno, sotto gli occhi di tutti.
Ad ogni ora è facile vedere questi roghi, colonne di fumo alte più di 50 metri, come bombe sganciate in aperta campagna. A volte per strada, tra la gente. Questo fumo nerissimo spesso provoca problemi anche alla viabilità delle auto e dei treni, poiché gli incendi vengono appiccati anche sotto i cavalcavia dei binari ferroviari e delle strade.
Ogni rifiuto speciale pericoloso ha un costo di smaltimento, spesso molto oneroso per le aziende, soprattutto per quei rifiuti derivanti dalle attività di demolizione, come l’amianto. Anche molte ditte di pneumatici preferiscono smaltire illegalmente, intascandosi la tassa di smaltimento. Sono circa 90mila le tonnellate di gomme che, in Italia, vengono bruciate insieme a sostanze ancora più pericolose e inquinanti nelle 1.049 discariche illegali spesso gestite dalla criminalità organizzata. Di queste, si stima che circa 60mila tonnellate/anno, in ingresso legale e illegale in Campania, costituiscano il “combustibile ordinario” della ormai famosa in tutto il mondo “Terra dei fuochi”. In Campania i pneumatici si abbandonano ovunque, insieme ad altri rifiuti pericolosi: nelle campagne, per le strade, sotto ai cavalcavia, nei regi lagni, a mare, sulle spiagge, nelle campagne, fuori le abitazioni e fuori le scuole.
Una manovalanza a basso costo per la criminalità organizzata e caratterizzata soprattutto da nomadi e rumeni, che per 40 euro a “spedizione” appiccano il fuoco a montagne di rifiuti, scaricati spesso direttamente anche all’esterno dei loro campi. Da questi incendi, i rom ne ricavano rame e ferro, un’attivita redditizia per il loro sostentamento di vita.
È difficile per molti comuni come per Acerra, Afragola, Caivano, Casoria, Barra/Ponticelli, Scampia, convivere nelle vicinanze di questi campi, per lo più abusivi e mai controllati,
dove quotidianamente avvengono gli incendi che avvelenano tutti.
In Campania, ed è questo il caso clamoroso, non vi è una discarica di rifiuti pericolosi e industriali. Eppure, sono circa 4 milioni e mezzo i rifiuti industriali, che ogni anno fanno il loro ingresso in Campania. Ma dove, e come vengono gestiti e trattati, se mancano discariche speciali come previsto per Legge? In Italia si calcola che restano in giro più di 30 milioni di tonnellate di amianto, la cui rimozione e deposito in discariche speciali come prevede la Legge, non è semplice, anche perché i costi di trattamento e di smaltimento sono altissimi. Ne discende che, il più delle volte, l’amianto è gettato in discariche illegali e abusive. Quando gli agenti atmosferici penetrano nelle discariche non controllate, possono derivare percolati che diffondono le fibre nocive nell’ambiente e nelle acque.
Chi pensa allora a smaltire a basso costo questi rifiuti pericolosi, e come? In buona parte l’ecomafia, che da anni nelle nostre terre smaltisce, sotterrando, nascondendo, spedendo
All’estero, bruciando! L’ecomafia, la camorra si è completamente impossessata della Campania, facendo di questa terra uno scenario infernale: 60 mila case abusive e 2 milioni e 700 mila mq di aree contaminate, 17 milioni 400 mila mc di rifiuti sversati.
La Campania è un modello di devastazione del territorio e di costruzione di una classe dirigente che attraverso il problema rifiuti e la malagestione degli stessi ha alimentato clientele, sprechi e malaffare. C’è una assente e malaccorta politica, controlli territoriali e locali carenti.
Adesso si parla di bonifiche, un altro “terreno” dove il malaffare ha già messo le mani. Servirebbe una maggiore attenzione da parte delle Istituzioni, un maggiore controllo da parte delle forze dell’ordine e, soprattutto, un’attiva videosorveglianza.
Denunce, raccolta firme, foto, filmati, comitati, associazioni, incontri istituzionali, nulla è finora bastato a fermare questo scempio ambientale. Negli ultimi dieci anni centinaia di ettari di terra sono stati bruciati nelle periferie del casertano e del napoletano, ma chi risponderà di questa terra “andata in fumo”, di questa terra morta?
Eppure, esiste un censimento dei luoghi, dove quotidianamente vengono appiccati incendi dolosi. L’elenco completo e conservato nei cassetti dell’assessorato all’Ambiente della Regione Campania.
Da un’inchiesta da me condotta qualche mese fa presso il comando centrale dei vigili del fuoco di Poggioreale emerge che la situazione per la Terra dei fuochi e tutt’altro che migliorata. I vigili del fuoco sostengono che il problema degli incendi relativi ai rifiuti speciali pericolosi, soprattutto nei comuni dell’hinterland napoletano, è tuttora allarmante. Da anni – dichiarano i vigili – nelle campagne si smaltiscono rifiuti, soprattutto balle di stracci contenenti liquidi pericolosissimi. Queste balle vengono date alle fiamme, i veleni che si sprigionano vanno a depositarsi sulle coltivazioni intorno, compromettendo la salute non solo dei cittadini, ma anche dei vigili. La natura dei fuochi, negli ultimi anni è cambiata. Si bruciano sostanze più pericolose, tant’è che la mortalità dei vigili è in aumento a causa di patologie tumorali. Secondo quanto sostiene l’architetto Alfonso Giglio, vice dirigente del comando centrale dei VVFF, sarebbe necessario rafforzare l’interazione tra le forze dell’ordine e tutti gli organi a vario titolo, competenti, attraverso un serio monitoraggio del territorio ed una banca dati di tutti gli illeciti compiuti nel settore, rilevati da Forze dell’Ordine, Vigili del Fuoco, ARPAC, Protezione Civile, Comuni, ecc.
Attualmente tutti gli organismi competenti sulle questioni ambientali, tra cui i Vigili del Fuoco non utilizzano sistemi di coordinamento con gli altri soggetti istituzionali. Conseguentemente, non esiste un’interconnessione e una elaborazione dei dati raccolti durante le operazioni di polizia giudiziaria e/o amministrativa. Addirittura l’archiviazione e l’elaborazione dei dati dei Vigili del fuoco – quelli contenuti nei fonogrammi dei provvedimenti di soccorso tecnico urgente o nei procedimenti di polizia giudiziaria ed amministrativa susseguenti a visite ispettive, esposti, o controlli di prevenzione incendi – è esclusivamente cartacea. Tale situazione non favorisce certamente l’azione di contrasto ai crimini ambientali.
L’analisi dei dati, il coordinamento e l’elaborazione potrebbero rivelarsi, invece, elementi formidabili. Oltretutto le procedure di comunicazione da parte dei Vigili del fuoco alle Procure della Repubblica sono obbligatorie solo in caso di reato, mentre ad altri Enti quali Prefetture, l’Arpac, l’Asl etc. – dopo un intervento di spegnimento di rifiuti – non sono obbligatorie ma discrezionali.
L’architetto Alfonso Giglio sta promuovendo un progetto per ovviare a tale mancanza. Se il progetto sarà realizzato, ci sarà un data base dei fonogrammi di intervento dei Vigili del fuoco dove potranno essere archiviati ed elaborati numerosi dati riguardanti le loro operazioni, tra cui natura dell’incendio, le cause presunte e/o accertate, le responsabilità, i provvedimenti tecnici adottati, le misure di sicurezza, etc. Tale sistema consultabile e facilmente accessibile a tutti gli organi competenti, potrebbe consentire di monitorare ed elaborare in tempo reale la situazione e gli illeciti perpetrati sul territorio tra cui i reati ambientali.
Tutto questo sicuramente gioverebbe ad un’azione preventiva dello Stato nei confronti delle ecomafie, poiché consentirebbe di studiare a fondo i comportamenti, le strategie, le persone e le aree interessate alla gestione fraudolenta dei rifiuti.
Di fronte a questo stato di cose, è difficile accettare la mancanza di una seria e determinata volontà politica nel frenare o quanto meno arginare il problema spinoso dei roghi tossici. Perché si permette ancora, e a distanza di anni, di avvelenare l’aria campana?
La polizia municipale, in molti comuni campani, è molto attenta a multare chi non mette in essere la raccolta differenziata, ma si dovrebbe fare altrettanto anche per quanti abbandonano rifiuti speciali. Eppure chi commette reati ambientali secondo gli articoli del codice penale 452‑bis, 452‑ter, 452‑quater, 452‑quinquies, 452‑sexies etc, è punito con la reclusione che va da uno a 10 anni e con una multa che va da 5 mila a 250 mila euro. I Comuni, con il ricavato di tali sanzioni, potrebbero limitare i reati ambientali e bonificare i propri terreni.
Eppure da anni si parla dello sversamento dei rifiuti pericolosi e della combustione degli stessi in Campania. Ci sono state molte interrogazioni parlamentari sulla combustione dei rifiuti nel napoletano e nel casertano. In particolare, va ricordata l’interrogazione a risposta scritta n. 4‑00598 del 1 ottobre 2008 presentata dall’on. Francesco Pardi, nella quale si evidenziava l’acuta fase emergenziale relativa alle discariche illegali di rifiuti tossici in Campania. Si faceva inoltre riferimento alle tante denunce quotidiane documentate attraverso foto e filmati e pubblicate dai cittadini campani sul sito www.laterradeifuochi.it.
La situazione, dunque, dei rifiuti in Campania è lontana dall’essere risolta. Uno dei principali problemi mai risolti è la gestione illegale e il traffico illecito dei rifiuti speciali pericolosi, un crimine che avvelena l’aria, contamina le falde acquifere, i fiumi e le coltivazioni agricole, minacciando seriamente la salute dei campani.
Il Triangolo della morte, Campania Infelix, la “Terra dei fuochi” continuano a rispecchiare una amarissima realtà venefica che dura ormai da oltre 20 anni. E a farne le spese sono sempre i cittadini. Qui il tasso di mortalità per malattie da inquinamento ambientale aumenta di anno in anno. Nessuna bonifica, nessun intervento è stato mai fatto. Niente di niente. I veleni ci sono e ci rimangono. Anzi, i reati ambientali sono continui, si diversificano e aumentano come le malattie.
Qui, nella mia “maledetta” quanto meravigliosa terra.  DI DANIELA SCODELLARO
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